domenica 7 settembre 2008

Al gran ballo del lessico rispettabile

Recepisce le raccomandazioni formulate /
Opera con il costante riferimento /
Impegno rafforzato dalla consapevolezza degli importanti effetti che essi hanno sulla prestazione economica aziendale /
Maggiormente qualificanti per la sua identità /
Ricercando anno dopo anno di conseguire i migliori standard /
Attraverso una precisa identificazione di necessità gestionali /
Percorsi formativi di implementazione delle conoscenze e specializzazione operative /
A causa di una netta sperequazione /

Bentornato Mister G. il mondo della comunicazione aziendale
ha tanto sentito la sua mancanza.
E' pronto per riprendere il grande ballo mediocre?
Sicuro sicuro?

martedì 8 luglio 2008

Le giacche del presidente. (2)

Un giorno le giacche sparirono. Rubate, rapite, sequestrate!
Qualcuno o qualcosa le aveva portate via dal loro armadio, con le loro custodie, le spazzole e il rotolo adesivo per togliere i pelucchi.
Fu una giornata funesta quella: il paese si ritrovò di nuovo nella confusione, il presidente spogliato del suo contesto interpretativo, il sarto senza lavoro.
Il giorno dopo arrivò la rivendicazione del gesto ormai chiaramente eversivo: una falange di terroristi semantici, autoidentificatisi col nome di Nebula, dichiararono, attraverso un graffito in zona stazione centrale, le loro richieste per la liberazione delle variopinte vittime tessili.
Il presidente avrebbe dovuto scegliere la sua giacca preferita, Nebula ne avrebbe restituita una sola. Il presidente aveva 24 ore.
Il portavoce del presidente dichiarò alla nazione: non cederemo all'infame ricatto.
Il portavoce del consiglio dei ministri disse: questo gesto di terrorismo non ci troverà disgiunti.
Il portavoce del partito di governo esclamò: il popolo ci ha votato, quelle giacche sono il vessilo del volere popolare, questo è un atto di violenza sovversiva antidemocratica.
Il giorno dopo, tre ore dopo la scadenza dell'ultimatum, Nebula fece ritrovare nella cucina di un fast food la giacca grigia metallizzata, irrimediabilmente macchiata di rosso. La scientifica dichiarò: trattasi di ketchup e vino, sangiovese per la precisione.
Furono convocati i migliori lavatori a secco del regno, ma nessuno riuscì a riportare la giacca alla sua precedente purezza formale.
Il presidente era arrabbbbiatissimo. Furono diramati comunicati stampa di fuoco. Le forze dell'ordine moltiplicarono investigazioni, arresti e rastrellamenti.
Il giorno dopo venne ritrovata la giacca arancione, abbandonata presso un grattacheccaro del lungotevere, imbevuta di urina di felino innamorato.
Maxima offesa insopportabile, tutti i partiti politici si associarono nella denuncia della malvagità dell'infame azione.
Molti movimenti extraparlamentari elegantemente risoluti si dissociarono ufficialmente dal volgare gesto.
Entrarono in campo i servizi segreti. Nessuno sapeva chi fossero questi tizi del Nebula, nessuna azione precedente, nessun documento strategico programmatico ideologico, comparsi dal nulla, fantasmi, demoni.
Alcuni teorici del complotto arrivarono a ipotizzare l'ombra nefasta di potenze straniere nostre feroci concorrenti nel settore della moda e del pallone, nazioni che non si erano mai riprese veramente dalla finale del campionato mondiale.
Nei notiziari della sera andarono in onda le immagini di una maxi retata nei centri sociali più attivi ed eversivi di Roma, Milano, Torino e soprattutto Bologna, città indiziata numero uno a causa del Sangiovese.
Il giorno dopo alle otto di mattina davanti a un liceo di Firenze fu ritrovata la giacca bianca a strisce nere, tutta scritta con pennarello uniposca di colore fuxia fluò.
Discorso a reti unificate del presidente, prima del telegiornale della sera. Ribadendo la linea della fermezza e dell'intransigenza, fondamenta dello stato di diritto e della democrazia, bisognava altresì dimostrare comprensione cristiana verso questi giovani arrabbiati e desiderosi di trovare il loro posto nel mondo.
Proponeva quindi l'apertuta di un tavolo di dialogo con i rappresentanti di Nebula sul tema della vestibilità delle taglie maschili.
Il giorno dopo la giacca verde fu ritrovata indossata da uno spaventapasseri nella campagna lucana. Guano di piccione tempestava spalle e taschini.
Altro discorso alla nazione. Stavolta in piedi, davanti al caminetto di casa, indossando un comodo cardigan. "Ragazzi, io vi ammiro, io vi stimo, però ora basta, su, dai, non fate i ragazzini, parliamone, tra di noi ci capiamo, ci possiamo mettere d'accordo. In fondo un po' mi conoscete, avete cominciato proprio dalle giacche di cui me ne fregava meno, bravi. Ma adesso per favore, parliamone, vi invito a cena, ok? Dai, venite, che ci divertiamo".
Il giorno dopo la giacca grigia a puntini neri fu segnalata da un anonimo al 113 in una discarica di materiale elettronico in provincia di Lucca, corrosa dall'acido delle batterie.
Quella sera il premier aveva gli occhi rossi. "Vi prego ragazzi, non fate così, a quella di oggi ero affezionato davvero. Mi ricordava com'ero agli inizi, mi snelliva, esaltava la mia naturale eleganza. Ragazzi, vi aspetto sempre a cena, o anche per un aperitivo, come volete voi".
La giacca gialla venne ritrovata in un porcile in provincia di Parma.
Ormai gli italiani erano incollati davanti al televisore. Quella sera il presidente parlò da un letto d'ospedale. Si vedevano flebo entrare nelle braccia, un notevole pallore dell'incarnato e una ciocca di capelli scompigliata.
"Ok ok, ho capito, non mi volete bene, capisco, è che ho un brutto carattere, mio fratello me lo diceva sempre, ma mia madre no, diceva che ero perfetto, che non mi mancava niente, che gli altri erano solo invidiosi. Ok, i miei dottori, mi hanno convinto, è ora di dire la verità, che potrebbe essere terapeutico, mi dicono. La mia giacca preferità è quella blu, lo sapete tutti, non è un segreto, ci tengo moltissimo al mio ruolo istituzionale, a fare del bene per i miei concittadini, è la mia missione, aiutare il mio paese a diventare più grande, più bello, più perfetto".
Il giorno dopo la giacca rossa fu trovata appallottolata, infilata, premuta a forza dentro il gabinetto dello spogliatoio di un'associazione calcistica giovanile, in provincia di Cuneo.
Il cuore del presidente si fermò alle ore 18.12.

(Fine)

lunedì 9 giugno 2008

Le giacche del presidente.

C'era una volta un paese in cui divenne presidente un uomo speciale.
Era molto ricco, ma non molto alto.
Aveva le orecchie grosse e i capelli fini.
Conosceva un sacco di barzellette ma non stava simpatico a tutti.
C'era però un problema, quest'uomo aveva fatto molte cose nel corso della sua lunga vita ed era presidente di molte aziende e attività, oltre ad essere presidente del paese.
Per cui ogni volta che faceva una dichiarazione non si sapeva bene se la faceva come presidente della squadra di calcio, presidente della società editoriale, presidente diretto e indiretto di tutte le televisioni del paese, presidente della società assicurativa, presidente della società costruttrice, presidente della società cinematografica, o presidente di altro ancora che non stiamo qui ad elencare tutto, se no questo non sarebbe un racconto ma un romanzo.
C'erano quindi molti equivoci, smentite, fraintendimenti, correzioni, distinguo, interpretazioni.
Per mettere fine a tutto ciò, che poteva generare confusione e disordine nel paese, l'uomo speciale pensò a una soluzione semplice ma efficace.
Chiamò il suo sarto di fiducia e si fece fare dieci giacche nuove, tutte doppiopetto, che a lui gli piacevano così.
Avrebbe indossato quella blu quando si esprimeva in qualità di presidente del paese.
Quella rossa quando veniva intervistato in quanto presidente della squadra di calcio.
Quella grigia a puntini neri quando parlava come presidente delle televisioni.
Quella bianca a strisce nere quando era presidente della casa editrice.
Quella grigia metallizzata quando era presidente della raccolta pubblicitaria.
Quella verde quando era presidente paladino del nord operoso.
Quella arancione quando era presidente della società di assicurazioni.
Quella gialla quando era presidente simpatizzante del sud fantasioso.
Quella rosso mattone quando era presidente della società costruttrice di palazzi.
Una giacca era rimasta bianca a disposizione di nuove eventuali presidenze.
Quando invece si esprimeva come privato cittadino si era convenuto che restasse in maniche di camicia, più informale.
Il sistema funzionò abbastanza bene. L'unico fastidio era che doveva andare sempre in giro con questo armadio pieno delle dieci giacche e con il sarto che le curava, le teneva sempre in ordine e lo aiutava ed essere lesto nel cambiarsele. Perché i giornalisti spesso passavano da un argomento all'altro e lui c'aveva pochi secondi per passare da una giacca all'altra.
Con il passare dei mesi l'uomo speciale si affezionò a questo stratagemma, alle sue giacche, ai continui cambiamenti di abiti di scena; in effetti a lui il teatro era sempre piaciuto.
Poi però successe un fatto che sconvolse per primo il sarto, poi il guardaroba, poi il presidente e infine l'intero paese.

(continua)

lunedì 26 maggio 2008

In treno.

Qualcuno parla al cellulare
cerca di convincerti che la sua vita è meglio di un reality
dovrebbe essere famoso
ma non lo è
un incidente del destino sicuramente.
Ma per fortuna adesso può rimediare
avrà un pubblico a sua disposizione
per 4 ore e mezza.

Una signorina dà il benvenuto al microfono.
Pensa di compiere un atto gentile
sebbene istituzionale,
tutto lo spessore bilingue dell'ospitalità aziendale.
Invece ci stordisce con una raffica di raschi in alta frequenza.
Qualcuno dovrebbe spiegargli cos'è l'effetto Doppler,
ma l'ignoranza è una malattia autoimmune.

Coppie di donne chiacchierano senza respiro.
Donne di ogni idioma, di ogni latitudine e longitudine.
Bello notare le costanti del genere umano.
Quelle poche che viaggiano da sole e sono costrette al silenzio
già pregustano il momento in cui torneranno a casa
e bloccheranno qualcuno in un angolo
e gli riverseranno addosso tutto il tonnellaggio sonoro trattenuto.

Mannaggia a me che non riesco a dormire altro che in posizione orizzontale.

Mannaggia a me che non sono capace ad attaccare bottone con gli sconosciuti.

Mannaggia a me che non posso far altro che leggere, scrivere e lamentarmi.

sabato 24 maggio 2008

mercoledì 21 maggio 2008

Ma il Capitano Kirk che lavoro fa?

Alla terza ora di baby sitteraggio dei miei due nipotini maschi di 6 e 4 anni ho cercato una pausa di riposo. Ho messo il DVD del film a cartoni animati "Spiderman: scontro finale".
Nel film succede questo: J. Jonah Jameson, direttore del Daily Bugle, ha anche una poltrona nel consiglio d'amministrazione della Oscorp, forse è addirittura azionista.
Dopo un po' di tempo il Daily Bugle esce con uno scoop in prima pagina: la Oscorp produce armi chimiche.
Il giorno dopo in consiglio di amministrazione della Oscorp scoppia il casino, tutti incazzati, se la prendono con JJJ, seduto allo stesso tavolo, il quale reagisce indignato: "Che volete? Prima di tutto sono un giornalista io".

Fico, eh? Il conflitto d'interessi non esiste, se una persona ha una moralità d'acciaio. Fidatevi. I giornalisti sono tutte brave persone integerrime. State tranquilli.

Così mi sono ricordato una cosa: quando ero piccolo guardavo sempre Star Trek, in tutte le sue forme e serie diverse. Lì era spiegato molte volte come l'umanità avesse raggiunto l'armonia, la pace e la prosperità grazie all'unificazione di tutti gli Stati del pianeta, al raggiungimento del governo mondiale.
Era una bella idea, molto rilassante. Neri, gialli, rossi, tutti insieme a remare sulla stessa barca, finalmente fratelli.
Ci ho ripensato ieri, dopo aver visto come JJJ risolveva i suoi problemi, perché è da un po' di tempo, dalla dichiarazione di Tremonti a Porta a porta (il manipolo di illuminati che hanno spinto la globalizzazione negli anni '90), che mi capita di imbattermi in riferimenti al Club Bilderberg, alla Trilateral, al CFR, e al nuovo ordine mondiale.
E mi è venuto un dubbio: non è che tante volte, fin da piccoli, ci hanno addestrato a pensare che fosse una buona cosa, questa faccenda dell'unificazione mondiale?
Perché prima pensavo che l'industria dell'intrattenimento generasse solo tanti profitti. Poi ho cominciato a capire che produceva anche distrazione di massa. Adesso mi viene il dubbio se per caso non produca anche idee, idee che qualcuno desidera, idee che diventano piattaforme di consenso per il lancio di politiche future. Idee che ci inoculano da 50 anni.
E' solo un dubbio, eh.
Ma sapete com'è, avendo ucciso il mio televisore da qualche mese, ho molto tempo da lasciare libero per i dubbi. Sono divertenti, portano in un sacco di posti, fanno un gran casino, ti esasperano e ti fanno scoprire nuove prospettive. Un po' come quei due teppisti di 6 e 4 anni a cui faccio il baby sitter ogni tanto.

lunedì 19 maggio 2008

Quando piove.

In Italia quando piove il governo diventa disonesto.
Gli automobilisti dimenticano come si guida.
Il collega in ufficio non ti offre il caffè.
Al bar non si parla di calcio.
I fiumi esondano.
I laghi tracimano.
I finestrini si appannano.
Il direttore chiede a tutti il foglio presenze.
La segretaria ha meno tette.
Le mamme pensano che la casa sia sporca.
I papà pensano che le mamme siano noiose.
I bambini pensano che la scuola sia troppo lunga.
La benzina diventa troppo costosa.
Al cinema non fanno niente.

In Italia bastano due gocce per annacquare tutti i colori.

sabato 17 maggio 2008

Venerdì, ore 17.05

Il secchiello è saltato.
Il capo ha sbertucciato l'angolo e ha promesso successo ineluttabile.
La pallina del mouse si è lungamente sgommata.

Fuori è un bel po' grigio.
Vivacchiano in molti nell'ultimo cassetto in basso.
Chissà se i fumi di toner sono dopanti? E se sì, costituiscono attenuante?
Comunque non importa, tanto è venerdì.
Avvio procedura di preparazione di programma di rimozione di coscienza feriale.
Oggi la parola di sicurezza che starta la routine è: "doddecaedro".
Così, con due di: la fonetica ha la sua rilevanza nel processo; asino chi non lo sa.
Meno 55 minuti e poi una persona molto più giovane e brillante e libera di me assumerà il controllo.
E lo credo bene, vive solo due settimi, quel paraculo.
Avrei una pelle bellissima al posto suo, e non mi farei neanche le seghe; io.

giovedì 15 maggio 2008

Fiducia.

Il primo ministro si è presentato davanti al parlamento per dire che era pronto a partire, che una grande avventura stava cominciando, che il paese sarebbe stato salvato.
E che c'era una grande novità: era diventato buono, voleva bene a tutti. E sperava che tutti gliene volessero.
Un leader dell'opposizione (grande) ha detto: vabbè, minchia, vediamo.
Un leader dell'opposizione (piccola) ha detto: maddeché? Sei un fregarolo, ti conosciamo bene sa'?
Tutti i presenti hanno fatto buuuuuu!
Il presidente della camera ha detto: Colpa tua che ti fanno buuu, non le dire le cose sgarbate, no? Tipo che il primo ministro c'ha avuto qualche problema con la giustizia.
Un altro leader dell'opposizione ha detto al presidente della camera che non si fa così. Che l'ultima volta che hanno fatto così poi ci sono stati vent'anni di cose poco belle.
Anche se al presidente della camera in realtà quei vent'anni gli erano sembrati niente male.
I giornalisti hanno detto che andava tutto bene. Erano tutti amici, tutti bravi ragazzi, cose che succedono, qualche polemicuccia così, giusto per dare un po' di mordente alla giornata.
Niente di cui preoccuparsi. Tranquilli, va tutto bene, questo è il paese più bello del mondo. Guardate quant'è bello quest'orsacchiotto dello zoo di Amburgo che non riesce a tenere gli occhi aperti. Mamma quant'è dolce.